Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Gianluca Segato, classe ’93, laureato in Economia e Management all’Università di Padova, ideatore e co-fondatore di Uniwhere, ora trasferitosi a Berlino assieme ai suoi colleghi per ampliare gli orizzonti della sua startup. Riportiamo di seguito gli spunti più importanti emersi dalla conversazione con Gianluca.

J: Gianluca, ci racconteresti cos’è Uniwhere e come funziona?
G: Uniwhere è un’applicazione che consente agli studenti universitari di gestire la propria carriera accademica dal proprio cellulare, offrendo tutte le informazioni ed i servizi necessari ad avere sotto controllo la progressione del loro percorso di studi. Ciò che intendiamo fare non è limitarci alla riproduzione dei dati accademici già presenti nel portale dell’università – voti e libretto, appelli d’esame, scadenze per le tasse, ecc. – bensì, sulla base di essi, costruire un valore aggiunto per lo studente. Il nostro obiettivo è fornire una piattaforma, in continua evoluzione, che offra servizi “on-top”, come sono le attuali funzioni di proiezione e di pianificazione dei voti. Stiamo implementando funzionalità che diano allo studente informazioni utili per la scelta del suo percorso, accademico prima, lavorativo in seguito. Ad esempio: ad uno studente di economia nessuno dice che seguendo un corso di Python avrebbe nozioni sufficienti per scrivere algoritmi di machine learning. Con Uniwhere, invece, abbiamo tutti i dati necessari per farlo. E allora perché non realizzare una piattaforma che non sia solamente un “academic career manager” bensì anche un “professional career manager”? E’ proprio in quella direzione che vogliamo orientarci.

J: Grazie Gianluca per la chiarezza e l’esaustività: un brillante modo di offrire un servizio che nel mondo accademico mancava. Ragionando proprio sui bisogni che l’App intende soddisfare, qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire che, ad uno studente, mancasse proprio ciò che Uniwhere è in grado di offrire?
G: Molto più banale di quanto possiate immaginare! Tutto ha inizio alla fine del mio primo anno di università, quando un mio amico mi chiamò, disperato, perché si era dimenticato di pagare le tasse universitarie. Io gli dissi: “Ma Andri! Perché non hai guardato su Uniweb la scadenza??” e lui, biascicando qualche scusa, “Mah, Uniweb!? E’ scomodo da utilizzare!!”. Allora pensai: “Se solamente ci fosse stato il cellulare a ricordargli la scadenza, non sarebbe andata così”. Ma è possibile che nessuno avesse già pensato ad un’applicazione che lo facesse? Guardai nel Google Play Store: nulla. Provai anche online: nemmeno là. Per nessuna università non esisteva nulla di simile. A quel punto mi dissi “e allora la faccio io!!”.
Ho impiegato 8 – 9 mesi per realizzare il mio programma da solo: molto tempo, considerata la mole di lavoro, che solitamente viene realizzata da un team di persone. Ma nulla è stato veramente impegnativo, perché l’ho vissuta come una sfida personale, quasi come un gioco. Avevo bisogno di dare in pasto al mio cervello qualsiasi cosa che non fosse economia aziendale!
Una volta pubblicata Uniwhere sullo store, la mia sfida personale di riuscire a creare un’applicazione che risolvesse un problema era terminata. Mi dissi “Bene! Ora che ho raggiunto il mio obiettivo me ne dimentico!”. Se non fosse che l’App ha ottenuto subito moltissimi download, nei gruppi dei social tutti gli studenti ne parlavano. Quando un giornalista mi chiamò, allora mi resi conto di aver creato qualcosa di veramente utile. Coinvolsi anche Giovanni e Federico, gli altri due co-founder di Uniwhere ed è così che è nato il team.

J: È proprio vero che le idee migliori nascono dalle situazioni più stravaganti! Tornando a parlare del team, dalla fondazione di Uniwhere, l’organico ha subito ridimensionamenti? Oltre a voi tre co-founders, avete altri collaboratori?

G: Dunque, chiaramente i fondatori restano tre. Di collaboratori ne abbiamo tre. Mi spiego meglio: nessuno di loro è ancora assunto, ma tre lo saranno nel giro di poche settimane.

J: Quali sono state le maggiori difficoltà nel lancio dell’applicazione dal punto di vista tecnico??
G: Dal punto di vista tecnico, la difficoltà maggiore non è stata lanciare l’App. Grazie all’inatteso successo di Uniwhere, il problema reale è stato gestire la successiva fase di “user support”: abbiamo dovuto gestire le critiche e le richieste di miglioramenti da parte degli utenti. Per un’azienda è il servizio più oneroso, sia in termini di “effort”, sia in termini di costi, ma senz’altro è fondamentale. Per me è stato un esercizio anche dal punto di vista emotivo: un po’ alla volta ho imparato a ponderare le critiche, allineandomi alla lunghezza d’onda dell’interlocutore.

J: Attualmente quanti atenei sono coperti da Uniwhere?
G: In questo momento 55 atenei italiani, ed è in corso un periodo di prova con tre atenei in Germania.

J: Essendo l’applicazione gratuita, come riuscite a mantenervi?
G: Al momento il nostro fatturato non è sufficiente per sostenerci, ma la nostra visione di questa applicazione è di creare uno strumento utile per gli studenti, quindi non è mai rientrato nei nostri piani riempire l’applicazione di pubblicità, anche se sarebbe stato un metodo facile per ottenere del denaro.
Abbiamo deciso di cercare un modo migliore, sempre mediante advertisement.
Al momento stiamo utilizzando l’University life, uno stream in cui è possibile inserire annunci e stiamo sviluppando la parte di Learning, perché vogliamo offrire delle opportunità anche formative per gli studenti.
La parte fondamentale è però quella di Human Resources: le aziende in questo momento hanno delle grandi difficoltà a trovare nuovi candidati, ma soprattutto a trovare dei candidati conformi alle loro necessità. Noi lavoriamo per offrire loro i profili ricercati a partire dagli studenti, i quali si possono candidare mediante l’applicazione. Questo servizio è molto utile sia per gli studenti che per le aziende, perché permette di colmare il gap attuale tra domanda e offerta.

J: Come mai avete deciso di trasferirvi a Berlino?
G: La nostra visione aziendale è quella di riuscire a costruire una startup internazionale. In Italia non c’è un ecosistema di startup, è ancora troppo acerbo ed infatti gran parte le startup che sono nate in Italia si sono spostate all’estero. E’ quindi venuto abbastanza naturale il passo, soprattutto dopo aver ricevuto un investimento da un fondo tedesco. Con questo non voglio dire che in Italia non ci siano investitori, ma che questi si aspettano uno standard internazionale, per cui paradossalmente per ricevere soldi da investitori italiani è più facile ottenerli andando all’estero piuttosto che rimanendo in Italia.

J: Per concludere, avresti qualche suggerimento per degli studenti universitari, in particolare per i giovani che sono in procinto di entrare nel mondo del lavoro?
G: Ricevo spesso questa domanda da miei amici, che magari non sanno cosa fare della propria vita. Ed io ripeto sempre che qualsiasi cosa studiata all’Università non sarà determinante nel mondo del lavoro, almeno per quanto riguarda la mia esperienza professionale. Questo perché c’è una disconnessione totale tra l’università e il mondo del lavoro. Quello che consiglio sempre è portare avanti qualcosa che vada oltre l’Università (progetti, corsi online, e-learning). Se io dovessi assumere qualcuno, scegliendo tra delle persone che hanno lo stesso profilo di studio, cosa mi spinge a scegliere qualcuno piuttosto di un altro, dato che sono tutti simili? Quello che ha fatto a prescindere dall’Università. Per quelli che vogliono fare nello specifico un progetto imprenditoriale, il mio consiglio è cominciare. Ci sono molte persone che hanno delle idee, ma si bloccano perché non sanno da dove partire. E’ vero che è difficile iniziare, ma questo primo passo è fondamentale. Bisogna affrontare le difficoltà e cercare di superarle, non scappare davanti ai problemi che si incontrano. Io, per esempio, mi sto cimentando in questa cosa in questo momento con il Videomaking: quella sensazione che provi quando vedi che i risultati che ottieni fanno schifo è difficile, ma bisogna continuare finché non si ottiene il risultato voluto. Non bisogna scappare, ma buttarsi e cercare di superare i problemi che si incontrano.